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Il paradosso della Croce

Rivista di Vita Spirituale 65 (2011/6:581-591)
Autore: Roberto Fornara

Editoriale

«Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Queste parole scandiscono la forza di attrazione che emana dalla Croce. Strumento di morte, simbolo di sofferenza e di dolore, la Croce di Cristo ha assunto – tuttavia – nella tradizione cristiana una forza simbolica evocatrice di salvezza. Simbolo di dolore, certo, ma prima di tutto simbolo dell’amore che salva. Nell’ambito della spiritualità carmelitana un’esperienza come quella di Giovanni della Croce lega in modo inscindibile sofferenza e amore, libertà e dolore. A distanza di quattro secoli, Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), si è confrontata durante un lungo itinerario spirituale con il mistero e la contraddittorietà della Croce, arrivando a comprendere che, come si esprime il card. Martini, «il massimo della paternità e della figliolanza sono espresse dalla Croce. È solo a partire dalla Croce che tutto si fa più umano, accessibile, attraente, perché traspare la paternità di Dio e noi ci sentiamo figli e amati». Quando le viene chiesto di redigere un’opera di commento alla dottrina e alla spiritualità del mistico Dottore, la intitola significativamente Scientia Crucis e vi lascia trasparire in ogni pagina la scoperta che «morte e risurrezione si intrecciano e si rimandano».