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Alla scuola di san Giuseppe maestro della vita interiore

Rivista di Vita Spirituale 66 (2012/1:45-56)
Autore: Tarcisio Stramare


ARTICOLI

Il lavoro, quello manuale in particolare, ci assorbe e condiziona fisicamente e psicologicamente in modo tale da non consentirci praticamente di conciliarlo con le attività intellettuali. Di qui la spontanea distinzione tra vita attiva e contemplativa, che ha il suo modello evangelico ormai convenzionale nelle due sorelle Marta e Maria, e l’applicazione a san Giuseppe, la cui attività lo qualificava come “faber” (Mt 13,55; Mc 6,3). L’esercizio di un mestiere manuale e la conseguente condizione economica che lo costringeva a prodigarsi in mille modi e tra innumerevoli affanni per il sostentamento della sua famiglia, hanno indotto facilmente a considerare san Giuseppe, tenuto appunto conto di questa attività esteriore, come spiritualmente appartenente alla vita attiva. Non ha incontrato, infatti, nessuna difficoltà l’introduzione della festa di “San Giuseppe Artigiano”. La realtà, tuttavia, non coincide con questa impressione ed esige che noi consideriamo san Giuseppe come colui che «principalmente attese alla contemplazione della verità». L’Esortazione apostolica Redemptoris custos dedica un capitolo al lavoro, ma riserva una riflessione ancora più lunga al «Primato della vita interiore». Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, Giovanni Paolo II non ha voluto con questo stabilire una gerarchia di valori, ma piuttosto associare queste due dimensioni della vita umana, mostrando come l’una esiga l’altra, quasi due ali ugualmente indispensabili per assicurare il volo.